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  • Insufficienza Venosa Cronica (IVC)

    Quando si parla di insufficienza venosa cronica (IVC) si deve sempre considerare che la funzionalità delle vene non dipende solo dai problemi che le interessano direttamente ma anche da tutte le situazioni relative al malfunzionamento di muscoli, articolazioni, tessuti circostanti.

    Il corretto funzionamento muscolare contribuisce alla mobilità del sangue nelle vene delle gambe grazie alla azione esercitata dalla contrazione dei muscoli soprattutto durante il cammino.
    Infatti un sistema muscolare insufficiente, non potrà rendere efficace l’ azione di pompa venosa che gli è propria (l’esempio più eclatante sono gli imponenti edemi della gambe che si possono evidenziare in tutte quelle persone che purtroppo non possono camminare).

    Anche gli impedimenti che riducono la capacità delle nostre articolazioni di muoversi liberamente interferiscono pesantemente con il movimento muscolare stesso.
    Lo stesso “piede piatto” che riduce a sua volta l’azione della pompa plantare e peggiora il cammino, contribuisce alla determinazione di una insufficienza venosa.

    L’insufficienza venosa può interessare sia il sistema venoso superficiale che il profondo od entrambi.

    Quando le vene non lavorano in maniera efficiente si verifica un rallentamento della velocità del sangue al loro interno, aumenta la pressione venosa e si alterano tutti quegli equilibri microcircolatori che causano a loro volta l’edema tra le cellule, la carenza di ossigeno e la sofferenza dei tessuti.

    Tutto ciò rappresenta la causa scatenante sia dei sintomi che delle manifestazioni cliniche tipiche dell’insufficienza venosa cronica.

    Facciamo un esempio:
    una persona che lavora molto in piedi, che cammina poco, soprappeso e, se donna, che abbia avuto due o tre gravidanze.
    Alla visita si rilevano varici, edema della gambe, scarsa articolarità delle ginocchia e delle caviglie per artrosi, piede piatto, relativa ipotrofia muscolare…un circolo vizioso che non può che far peggiorare verso la cronicità il quadro!

    Se si considerino tutte le manifestazioni cliniche di insufficienza venosa, dalle cosiddette “teleangiectasie” (le piccole vene rosse o blu che si vedono spesso alla radice della cosce) , che sono spesso accompagnate da sintomi di gambe pesanti, edemi più evidenti la sera, crampi notturni, oltre il 50% delle persone potrebbero essere considerate affette da IVC nei paesi sviluppati, mentre la prevalenza delle vene varicose, raggiunge il 35-40 % nella popolazione generale.

    Il sesso femminile, la familiarità, le abitudini sedentarie, l’obesità, il numero di gravidanze, l’attività lavorativa che costringa alla prolungata stazione eretta, sono tutte cause favorenti la comparsa di sintomi e segni di insufficienza venosa cronica. Questi impressionanti dati hanno anche delle conseguenze sociali rappresentate da costi molto rilevanti per i sistemi sanitari per impegno diagnostico, terapie ed ore di lavoro perse oltre che per il peggioramento della qualità di vita da parte degli affetti.
    Secondo alcune stime, pur non recentissime, negli Stati Uniti si perderebbero ogni anno oltre 2.000.000 (due milioni!) di ore di lavoro per cause relative a problemi venosi, con costi di oltre un bilione di dollari. In Europa la situazione non è molto differente.

    Sono cifre effettivamente impressionanti che rendono idea dell’importanza e della diffusione del problema.

    Ma quali sono le manifestazioni cliniche più importanti di Insufficienza Venosa Cronica?

    La classificazione attualmente in uso distingue sei classi progressivamente più importanti, che per fortuna non prevedono una sicura evoluzione nel tempo e che vanno dalla semplice presenza di sintomi (gambe pesanti, lieve gonfiore delle caviglie), alle già descritte teleangiectasie (dall’importanza soprattutto estetica), alle varici ed alle conseguenze più gravi come l’ulcera venosa e le sue situazioni predisponenti e conseguenze.
    La diagnosi è un altro controverso argomento.
    A dispetto di quanto normalmente si pensi, la diagnosi dei vari livelli di insufficienza venosa è soprattutto clinica.
    Non serve fare a priori l’Eco-(color)-Doppler che è da riservare ad un secondo livello diagnostico, soprattutto pre-operatorio.

    Insufficienza Venosa Cronica: I trattamenti

    L’approccio chirurgico è tuttora il trattamento più efficace e deve essere rivolta a correggere le vere insufficienze, quelle cioè che vedono nel malfunzionamento delle valvole venose la causa scatenante.

    Deve sempre essere chiaro che la chirurgia corregge solo una parte del problema e l’insufficienza venosa necessiterà ancora di attenzioni e di cure, soprattutto da parte del Paziente stesso!

    Trattamenti alternativi ma efficaci sono la scleroterapia, le terapie endovascolari (laser e radiofrequenza) ed ultimamente le cosiddette “colle” (cianoacrilato), tutti provvedimenti che l’uno per l’altro, escludono dal circolo i tratti venosi malati senza l’asportazione tipicamente chirurgica.

    La compressione elastica, che si tratterà in maniera dettagliata in altra sede, è a tutti gli effetti terapia medica ed è l’unica alternativa emodinamica alla chirurgia, che può sostituire quando questa sia controindicata o non praticabile.

    Una calza elastica comprime dall’esterno le vene malate riducendo la pressione al loro interno ed accelerando il flusso di sangue risolvendo la stasi.
    E’ efficace sia da sola che in associazione ai farmaci ed alla chirurgia, soprattutto nelle fasi immediatamente successive a questa e per il mantenimento dei risultati ottenuti.

    La terapia farmacologia purtroppo risente di una letteratura scientifica molto datata. In ogni caso i farmaci (non gli integratori!) sono efficaci nel controllo dei sintomi, nella riduzione degli edemi se non importanti ma non sono in grado di correggere e rendere reversibili danni già presenti.

    Si sono anche dimostrati efficaci nell’accelerare la guarigione delle ulcere, ma solo in associazione ad una terapia compressiva ben condotta.

    Un accenno a sé meritano trattamenti meno conosciuti e praticati, ma efficaci se affidati a personale preparato e responsabile (per capirci, non gli estetisti…): la fisioterapia con la pressoterapia, il flebolinfodrenaggio, i trattamenti termali.
    Purtroppo sono poco diffusi e difficilmente approcciabili tramite il sistema sanitario nazionale, costosi per molti, che peraltro dispongono di ampie dimostrazioni di efficacia sui sintomi dell’IVC e meriterebbero certamente più attenzione e diffusione.

  • Come nascono i danni venosi? Dalle “Gambe pesanti” alla malattia venosa

    Il sistema venoso, con l’aiuto dai vasi linfatici, si occupa di ricondurre, verso il cuore dai tessuti, il sangue.Ogni qualvolta lo scorrimento venoso sia rallentato od ostacolato si realizza un fenomeno molto simile a quello di un ingorgo di traffico:

    il sangue delle arterie, pur arrivando alla periferia, non riesce a proseguire la sua strada perché trova davanti a sé i vasi ripieni di sangue in attesa di defluire.La carenza di ossigeno e sostanze nutritive che si determina, causa, di conseguenza, sofferenza delle cellule a causa proprio dello sconvolgimento dei rapporti pressori locali.

    Si verifica che:

    • il rallentamento del flusso del sangue comporta l’aumento della pressione fuori dai vasi che può arrivare a pareggiare la residua pressione idrostatica arteriosa.
    • la permanenza di sostanze disciolte ne aumenta la concentrazione incrementando la tendenza a trattenere i liquidi negli spazi tra le cellule.

    Si crea così un circolo vizioso che tende ad automantenersi. A seconda dell’importanza e della durata del danno si potranno avere conseguenze più o meno gravi. Per fortuna nella maggior parte dei casi la situazione non è drammatica.

     Quante volte abbiamo sentito le nostre gambe “pesanti” e/o informicolate dopo essere stati a lungo in piedi o al caldo?

     Già questi sintomi sono espressione di quanto sta avvenendo nel nostro microcircolo!

    Sei sono le classi clinicamente individuabili di malattia venosa, tutte conseguenze di quanto descritto anche se, ovviamente, molto differenti tra loro e progressivamente più gravi, ma per fortuna meno frequenti.

    Inoltre, per fortuna,  non è assolutamente detto che ci possa essere sempre una progressione dall’uno all’altro stadio!

    Classificazione di malattia venosa:

    Considerando come classe “0” quella di normalità o comunque di assenza di segni clinicamente rilevabili di malattia ma che può prevedere i sintomi che abbiamo descritto sopra, le classi successive sono:

    1. Presenza di teleangiectasie (quelle piccole venuzze più evidenti alla radice delle cosce) o di vene reticolari (come una “rete” di vene del diametro di pochi millimetri visibili nel sottocutaneo)
    2. Presenza di vene varicose
    3. Comparsa di gonfiore dovuto ad edema
    4. Comparsa di alterazioni della colorazione della pelle o di eczema nella zona delle caviglie
    5. Presenza di cicatrici di pregresse ulcere venose
    6. Presenza di ulcere venose in fase attiva.

    Questa semplice classificazione non è altro che l’esemplificazione di quella, nettamente più complessa, che usa lo specialista per graduare la complessità del caso che sta affrontando.

     

    Malattia Venosa: la diagnosi

    Partendo dall’analisi dei danni ai tessuti è pertanto per lo specialista possibile fare una diagnosi clinica.

    Inizialmente si ha semplicemente imbibizione con accumulo di liquidi  negli spazi tra le cellule (l’edema), quindi compaiono dilatazione dei capillari ed iniziali segni di sofferenza delle cellule, seguiti da processi infiammatori che scombinano la struttura dei tessuti ed al termine fibrosi, una sorta di tessuto “cicatriziale” che rende il danno irreversibile.

    E' evidente come stasi ed alterazioni del sottocute procedano parallelamente: i fenomeni di stasi capillaro-venulare, inizialmente sono reversibili, ma nel tempo condizionano le alterazioni che abbiamo descritto!

    Le stesse manifestazioni sono sostanzialmente riferibili anche alle masse muscolari, che ancor più necessitano di continuo, ed adeguato allo sforzo, apporto di ossigeno e glucosio, le cui carenze possono giustificare sia il dolore, sintomo che può accompagnare pesantezza, edema, formicolii, che  la comparsa di crampi soprattutto notturni.

    Il rallentamento del flusso provoca processi infiammatori locali: i globuli bianchi aderiscono alle pareti interne dei vasi le cui cellule di rivestimento, l’endotelio, soffrono per la mancanza di ossigeno, si attivano, aderiscono all’endotelio stesso, ne attraversano la membrane per entrare negli spazi tra le cellule e qui rilasciano enzimi irritanti che causano morte cellulare.

    E’ quindi evidente come la stasi venosa sia in grado di provocare non solo dilatazione delle vene superficiali ma anche gravi danni dei tessuti circostanti.

     

    Lo sforzo del Medico deve essere rivolto a controbilanciare, se e per quanto possibile, tutto ciò.

    Ma senza la piena collaborazione del Paziente, a volte troppo “impaziente” e un poco propenso a qualche sacrificio, non è sempre facile!

     

  • Il sistema circolatorio: una panoramica

    Ma come è fatta e come funziona la “circolazione”?

    Dal ventricolo sinistro del cuore, che si comporta di fatto come una pompa idraulica, il sangue viene spinto ad alta pressione nelle grandi arterie: l’Aorta e le sue principali ramificazioni (Succlavie verso le braccia, Carotidi verso il cervello, Mesenteriche verso gli organi interni, Iliache verso le gambe…).
    Ognuna di queste diramazioni poi si suddivide in sezioni più sottili per giungere alla meta finale, muscolo od organo che sia.
    Le arterie si comportano in pratica come semplici tubi che trasportano sangue ad alta pressione (quella che il nostro Medico ci misura al braccio), ricco di ossigeno e di sostanze nutritive. All’ interno degli organi o dei muscoli la situazione si modifica, le arterie si diramano ulteriormente sino a diventare arteriole che si sfioccheranno in numerosissimi capillari.
    Se si potesse mettere questi ultimi l’uno accanto agli altri si ricoprirebbe una superficie grande quanto un campo di calcio!
    Ora il circolo diviene di tipo nutrizionale in quanto i capillari portano i nutrienti, da prima solo trasportati, direttamente nelle cellule che ne necessitano.

    Dopo aver attraversato i capillari ed aver rilasciato le sostanze di cui era ricco, il sangue diviene povero di ossigeno ma carico dei prodotti di scarto delle nostre cellule.
    Questo sangue di ritorno confluisce nelle vene.
    Dalle vene, il percorso del sangue sarà a ritroso, fino alle sezioni destre del cuore.
    A differenza delle arterie, le vene si trovano a dover sopportare una pressione nettamente inferiore rispetto a quella arteriosa.
    Riassumendo, possiamo considerare le arterie e le vene come strutture tubolari incaricate di trasportare il sangue prima e dopo i capillari ed è solo in quest’ultima sezione della circolazione, costituita da microscopici vasellini dalla parete sottilissima ed a stretto contatto con ogni singola cellula dell’organismo, che avvengono tutti i processi vitali.
    Il complesso Arteriole–Capillari–Venule e, come vedremo più avanti, Linfatici, viene indicato come “unità funzionale microcircolatoria”.

    Come cambia la pressione del sangue tra vene ed arterie

    L’organizzazione degli scambi tra capillari e cellule è molto complessa ed è il risultato di un fine equilibrio di pressioni.
    Quella residua del sangue, che a causa delle molte diramazioni si è notevolmente ridotta, detta idrostatica e le chimiche.
    La pressione idrostatica del sangue arterioso, a questo livello, si è ridotta a circa 15 mm Hg mentre nei tessuti può essere addirittura negativa. E' questa differenza, detta gradiente pressorio, che nella prima parte del capillare “spinge” fuori, tra le cellule, le sostanze nutritive.
    L’ossigeno attraversa la parete capillare spontaneamente essendo più concentrato all’interno del vaso che fuori (gradiente di concentrazione).
    Nella seconda parte la pressione idrostatica si è esaurita e prendono il sopravvento le pressioni di tipo chimico (osmotica ed oncotica), determinate dalla diversa concentrazione di sostanze fuori e dentro al vaso con il risultato netto di farle fuoriuscire dal capillare in funzione appunto delle concentrazioni (da più concentrato verso meno concentrato).
    La situazione è resa ancora più complicata dalla presenza di pompe chimiche che per alcune sostanze contrastano questi gradienti…!

    I vasi linfatici nel sistema circolatorio

    A questo punto interviene un nuovo protagonista: il vaso linfatico.
    Non tutto ciò che è uscito o che comunque è fuori dal capillare può infatti rientrarvi.
    Questo perché alcune molecole proteiche hanno dimensioni troppo grosse che non riescono ad attraversare le pareti dei capillari. I vasi linfatici, che si trovano negli spazi vuoti (interstizio) tra le cellule, sono dotati di “passaggi” più ampi, adatti a queste molecole, ed hanno il compito di trasportarle fino al cuore.
    (Queste sostanza corrispondono circa al 10% di quelle fuoriuscite dai capillari)

    Anch’essi si riuniscono in collettori progressivamente più capienti per terminare nei dotti linfatici principali che si gettano nella Vena Cava appena prima che questa raggiunga il cuore.
    Negli arti inferiori la situazione si complica a causa della forza di gravità!
    Semplificando si può considerare che il sangue arterioso giunga facilmente alle gambe perché spinto dalla pressione elevata e perché sono in basso, ma nei capillari la pressione si esaurisce, il ritorno lungo le vene dovrebbe quindi avvenire non solo in salita ma anche contrastando il peso del sangue che si trova più in alto. Praticamente impossibile!

    Quali meccanismi favoriscono il ritorno del sangue verso il cuore?

    Per fortuna possediamo strumenti in grado di promuovere il ritorno venoso: le “pompe venose
    • durante la inspirazione l’espansione del torace provoca un effetto di risucchio che aspira il sangue venoso verso il cuore;
    • le contrazioni muscolari durante il cammino spremono verso l’alto le vene;
    • le vene sono provviste di valvole che condizionano il flusso di sangue verso il cuore impedendone il ritorno una volta che le abbia superate.

    Circolo venoso: superficiale e profondo.

    Il sistema venoso degli arti inferiori è costituito da due reti in comunicazione tra loro: il circolo venoso superficiale ed il profondo.
    Le vene superficiali sono rappresentate principalmente dalle Safene e dai loro rami. La piccola safena origina alla caviglia sulla faccia esterna della gamba e risale sino a gettarsi nel sistema profondo dietro al ginocchio, la vena grande safena corre dal dorso del piede lungo la faccia interna della gamba e della coscia sino all’inguine dove si getta nella vena femorale comune (profonda). Il sistema venoso profondo origina perifericamente già nel piede dove costituisce una fitta rete spugnosa che si continua con le vene tibiali posteriori ed anteriori e le interossee che si riuniranno nelle poplitee e quindi nelle femorali superficiali, profonde e comune.
    I due sistemi sono in comunicazione oltre che per gli sbocchi safenici anche per il tramite di numerose vene perforanti che corrono dalla superficie in profondità. Tutti questi vasi sono provvisti delle già citate valvole che condizionano il flusso ematico dal basso all’alto e dalla superficie in profondità agevolando cosi il ritorno al cuore.

    Camminare favorisce il circolo venoso.

    Durante il cammino i muscoli delle gambe contraendosi schiacciano le vene profonde degli arti inferiori che sono poste proprio in mezzo alle masse muscolari. Il sangue in esse contenute viene costretto a risalire per la presenza delle valvole che impediscono la sua discesa in basso. Una volta cessata la contrazione la parete della vena tende a riprendere la normale forma cilindrica aspirando così sangue dal basso e dalle vene perforanti e quindi dal circolo superficiale. Siamo quindi in presenza di un delicato equilibrio dove la pressione del sangue, la concentrazione delle sostanze chimiche nel plasma e nei tessuti, l’efficienza del sistema valvolare venoso e l’adeguato tono muscolare contribuiscono variamente a mantenere in equilibrio il sistema.
    Non si deve però dimenticare che tutto ciò, come peraltro è emerso durante questa stessa trattazione, funziona al meglio durante il cammino che è, e lo ribadiremo più volte anche in futuro, l’attività fisica più efficace per rendere efficace tutto il sistema!

  • Edema, linfedema, lipedema…le gambe grosse!

    Ma quali le differenze? Il problema delle gambe grosse e pesanti è quello che più frequentemente porta alla visita angiologica.

    La persona di solito lamenta, oltre ai sintomi tipici che abbiamo descritto, anche il peggioramento del quadro durante la giornata, la difficoltà a indossare le scarpe la sera, i problemi estetici correlati.

    Di solito l’approccio inizia dalla parte sbagliata, con la richiesta di un ecocolordoppler venoso, che è come costruire una casa dal tetto! Non è purtroppo infrequente accogliere in studio persone che esibiscono numerosi esami strumentali, di solito cadenzati una volta l’anno, tutti sostanzialmente normali, non utili per una diagnosi, abbastanza frustranti per il Medico ed il Paziente.

    Come si è già detto, forse più volte, l’ecodoppler venoso è probabilmente il più inutile degli esami se non richiesto in maniera mirata sulla scorta di una accurata visita che dia un chiaro orientamento diagnostico e spesso, dopo la visita ben fatta, è addirittura ancora più inutile e dispendioso. Si tratta infatti di un esame fondamentale nella diagnosi delle trombosi venose e preliminare all’intervento chirurgico per varici al fine di disegnare la “mappa” della loro estensione per pianificare l’intervento stesso. Non serve, invece, nella stragrande maggioranza degli altri casi. Del resto anche la diagnosi di varici è clinica e non necessita di alcun esame.

    Quindi, come affrontare le “gambe grosse”? Che differenza c’è tra edema, linfedema e lipedema?

    Dell’edema abbiamo parlato più volte: si tratta di acqua che si accumula negli spazi tra le cellule e che quando supera certi limiti diviene visibile e palpabile. Le cause di edema sono tante, una della quali è l’insufficienza venosa; ma alla sua base possono esservi anche malattie del cuore, dei reni, del fegato, della tiroide, così come può, altresì, essere causato da alcuni farmaci, oppure da compressione delle vene. Sta alla competenza del Medico distinguerne la causa ed orientare la diagnosi. Per questa ragione un’accurata anamnesi e una visita approfondita sono più che in grado di facilitare il percorso della diagnosi. Dal punto di vista clinico l’edema è facilmente individuabile e diagnosticabile: si raccoglie nelle zone basse del corpo, usualmente le gambe ( in una persona costretta a letto, invece, si presenta sul dorso e sulle natiche) ed è facilmente “schiacciabile”. Ciò significa che la compressione con un dito sposta l’acqua e rimane un incavo, la fovea, di lunga durata.

    Figura 1: tipico edema "acquoso" con fovea evidente e di lunga durata

    Il linfedema è molto diverso. La linfa è un liquido che si forma in tutto il nostro corpo, che non può per le sue caratteristiche essere riassorbito dai capillari, ponte tra arterie e vene, e che viene veicolato dai vasi linfatici che nascono a fondo cieco negli spazi interstiziali tra le cellule. La caratteristica peculiare della linfa è che è molto ricca di proteine, che a loro volta tendono a trattenere con sé acqua. Normalmente tutta la linfa che si forma viene assorbita dai vasi linfatici che si riuniscono man mano in vasi sempre più grossi per poi sfociare nelle due grosse vene che raccolgono il sangue dalle braccia e ritornare in circolo. La capacità di trasporto dei vasi linfatici è limitata e quando si forma troppa linfa, oppure quando questa non può essere riassorbita a causa di un ridotto numero di vasi disponibile, tende ad accumularsi, sempre negli spazi tra le cellule. L’edema linfatico, o linfedema, però, è molto più consistente e difficile da spostare, proprio a causa della presenza delle proteine. Alla visita la fovea che si forma è molto ridotta e la sua durata è molto minore rispetto a quella dell’edema composto solamente da acqua. Inoltre, nel caso della gambe, il linfedema interessa sempre le dita del piede. Le pieghe cutanee sono molto più evidenti ed è impossibile “pizzicare” la pelle alla base delle dita (segno di Stemmer).

    Figura 2: linfedema. Si notino le pliche cutanee evidenti alla base delle dita

    Figura 3: segno di Stemmer

    Ancora differente è il lipedema: si tratta infatti di un accumulo di tessuto grasso nel sottocute, senza edema. L’aspetto del lipedema è tipico: normalmente si tratta di un accumulo di grasso che interessa i glutei ed i fianchi e che, con l’andare del tempo, diviene irregolare, con aspetto di grossolana cellulite, che scende pian piano fino a raggiungere le cosce e le gambe, ma che si ferma sempre improvvisamente alla caviglia senza mai interessare il piede, che rimane magro. Non si forma fovea: anzi, di solito chi ne è portatore lamenta intenso dolore quando si comprime la pelle nel tentativo di evocarla e spesso i Pazienti lamentano l’estrema facilità di comparsa di lividi al minimo trauma.

    Figura 4: evoluzione del lipedema. Si noti che il piede è sempre risparmiato

    Come avrete notato non si è mai accennato ad esami strumentali. La diagnosi differenziale tra queste diverse situazioni è solo clinica. Successivamente si potranno fare esami per confermare l’ipotesi diagnostica e in questo senso un’ecografia è certamente più utile di un ecocolordoppler. Anche la terapia è molto differente: per esempio le calze elastiche (ancorché dalle caratteristiche molto differenti per le due diverse condizioni) sono utili nei primi due casi, mentre sono sostanzialmente inutili nel terzo, dove non c’è un edema da contrastare. Le terapie farmacologiche mediche sono indicate nell’edema e nel linfedema, ma non nel lipedema dove spesso la soluzione, se e quando indicata, può essere solo chirurgica, benché temporanea.

  • Tra terapia ed estetica

    Ma come, dottore, quelle gialle? Quante volte, nel momento in cui ho iniziato ad accennare a una terapia con calze elastiche, mi sono sentito fare questa domanda soprattutto da parte delle signore, ma anche dagli uomini per i quali, devo dire, la preoccupazione più frequente è il doverle indossare d’estate con i pantaloncini corti!

    In effetti, fino a parecchi anni addietro, le calze terapeutiche erano tutte di quel fantastico colorino giallo-anemia decisamente poco attraente e invitante che certo non favoriva l’ adesione alla terapia.

    A mia memoria, solo una ventina di anni fa sono comparse le prime calze terapeutiche nere: una vera rivoluzione per l’epoca, molto apprezzata dalle signore.

    Negli anni poi l’industria ha sfornato calze di tutti i modelli e colori, tali da soddisfare ogni esigenza. L’aspetto estetico della calza terapeutica è molto influenzato, ovviamente, anche dalla patologia sottostante che, come ricordiamo, determina il livello di compressione necessario: tanto più si deve comprimere, tanto più i filati con cui si deve confezionare il tutore dovranno essere spessi e “robusti” e quindi, ahinoi, nemici dell’estetica.

    In caso di problemi venosi minori, come i cosiddetti capillari o la presenza di piccole varici sottocutanee, non è detto che vi sia necessità di una compressione terapeutica. Il quadro cambia invece se, oltre a questi segni, compaiono sintomi quali pesantezza, formicolii, crampi notturni o gonfiore delle caviglie la sera: in questo caso, infatti, vi potrebbe essere indicazione alla prescrizione di una calza cosiddetta riposante che comprima almeno 12 mm di Hg alla caviglia oppure di una calza confezionata secondo i dettami del sistema sanitario francese, per il quale la prima classe deve comprimere “solo” tra 10 e 15 mm Hg. In entrambi i casi non si tratta di calze cosiddette “terapeutiche” che, ricordiamo, devono superare i 18 mmHg, ma sono calze comunque in grado di controllare i sintomi, anche in associazione, eventualmente, con un trattamento farmacologico.

    In questa categoria di calze ormai è disponibile tutto e il suo contrario: calze colorate, con ornamenti, gambaletti, autoreggenti, collant e chi più ne ha più ne metta.

    Quando invece si devono trattare delle varici le cose cambiano: si deve giocoforza salire di compressione con la necessità di uso di filati di peso maggiore. L’indicazione è per una classe I secondo il sistema sanitario tedesco: la pressione sale tra i 18 ed i 21 mm di mercurio, la calza diviene meno velata, il colori base sono il nero, il castoro, il marrone e i modelli simili a quanto descritto in precedenza. Anche in questo caso la presenza di sintomi o edema determina la necessità di pressioni più alte.

    Ancora differente è il caso della cosiddetta malattia venosa cronica o delle trombosi venose, in cui si deve salire ulteriormente di pressione poiché vi è la necessità di controbilanciare danni vascolari sicuramente più importanti. In questi casi, inoltre, al problema estetico si accompagna la difficoltà a indossare la calza. La compressione varia quindi, in queste situazioni, tra i 23-32 mmHg della II ed i 34-46 della III classe tedesca, la disponibilità di colori è ridotta, i modelli sono simili alle classi più leggere, anche se spesso si preferisce la prescrizione di un gambaletto, che è più facilmente gestibile rispetto a modelli più alti.

    Devo dire che nella mia esperienza è paradossalmente meno difficile convincere e ottenere un’adeguata adesione alla terapia da parte di pazienti che per loro sfortuna soffrono di malattie più gravi, e che quindi probabilmente hanno una maggiore consapevolezza dell’importanza del problema, rispetto a chi presenta disturbi minori.

    Per questa ragione la prescrizione di una calza dovrà sempre essere adeguatamente motivata e la scelta del tutore calibrata anche sulla persona, rispettandone, se possibile, le esigenze e lo stile di vita.

    Non dimentichiamo che una calza, se serve, deve essere indossata e non lasciata nel cassetto!

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