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  • La maglia termica: occasioni in cui indossarla

    A cosa serve la maglia termica

    Le maglie termiche, confezionate con fibre naturali e/o sintetiche, servono a garantire la corretta temperatura corporea proteggendo dal caldo e dal freddo. 

    Prettamente utilizzate durante la stagione invernale quando le temperature si abbassano, possono essere indossate anche in estate.

    Infatti, grazie alle proprietà isolanti e alla funzione termoregolatrice, sono in grado di offrire la massima protezione termica sia dal freddo sia dal caldo.

    Come scegliere maglia termica

    Disponibili in vari materiali, le più comuni si distinguono in maglie termiche in lana e maglie termiche realizzate con filati high tech.

    Le prime, grazie alle proprietà isolanti, assorbono l’umidità, isolano termicamente, regolano la temperatura corporea, riscaldano quando fa freddo e rinfrescano quando fa caldo. A differenza delle seconde però non sono elasticizzate, dunque non aderiscono al corpo come una seconda pelle, e non asciugano con velocità. Per questo motivo è preferibile utilizzarle soltanto in circostanze che non provocano una sudorazione profusa. Queste due caratteristiche le rendono capi d’abbigliamento perfetti per le attività quotidiane, ma non particolarmente indicate per l’attività sportiva outdoor per la quale è invece preferibile utilizzare maglie termiche appositamente studiate.

    In particolare nel nostro catalogo online potrai trovare le maglie termiche della linea Zero realizzate in Fibra Dryarn e lana merino. Il doppio strato di tessuto oltre a conferire al capo una migliore vestibilità, permette di garantire prestazioni migliori. La parte esterna realizzata in lana merino dona protezione e calore mentre lo strato interno in fibra Dryarn le rende confortevoli a contatto con la pelle. Inoltre la funzione termoregolatrice del filato Dryarn consente al tessuto di trasferire rapidamente l'umidità generata dal corpo all'esterno lasciando la pelle asciutta e termoregolata. 

    Rendendola un indumento indicato oltre che per la vita di tutti i giorni anche per l’attività sportiva. 

    Dunque quando dovrete scegliere una maglia termica vi consigliamo di prendere in considerazione prima di tutto per quale scopo la state acquistando, ovvero se per praticare sport outdoor o per indossarla come primo strato nell’abbigliamento quotidiano e soprattutto verificare che sia realizzata con materiali di qualità garantita. 

    Come funziona la maglia termica

    Le proprietà e le funzioni delle maglie termiche, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, dipendono dai materiali con cui le maglie termiche sono realizzate. Fibre naturali e fibre sintetiche hanno proprietà diverse ma sono utilizzate per raggiungere il medesimo scopo ovvero proteggere dagli sbalzi termici ed evitare la dispersione di calore.

    I materiali più frequentemente utilizzati sono il nylon, il poliestere e il polipropilene che, mixati tra di loro, danno risultati diversi in termini di performance e protezione. 

    Come indossare la maglia termica

    Le maglie termiche rientrano nella categoria della biancheria intima dunque per svolgere al meglio la loro funzione è preferibile che vengano indossate a diretto contatto con la pelle. 

    Inoltre disegnate per aderire perfettamente al corpo, le maglie termiche consentono massima libertà di movimento  e contribuiscono ad una distribuzione del calore in modo uniforme. Risultano così un indumento estremamente pratico adatto per essere indossato sotto altri capi di abbigliamento, favorendo l’utilizzo di strati più sottili e meno pesanti.

    Quando mettersi la maglia termica

    Le occasioni in cui indossare le maglie termiche sono dunque molteplici. 

    • Perfette da essere indossate nelle giornate più fredde dell’anno, come primo strato sotto gli outfit di tutti i giorni.
    • Ideali per chi pratica sport all'aria aperta come corsa, trekking, sci e alpinismo, si indossano con comodità sotto felpe in pile e giubbotti.
    • Ottime anche come unico strato nelle giornate più miti.

    Vi consigliamo di sfogliare il nostro catalogo per scoprire il nostro ampio assortimento di maglie termiche realizzate sia in lana merino sia con tessuti high tech come la fibra Dryarn e scegliere l’indumento più adatto alle vostre esigenze. 

  • Come scegliere il reggiseno in gravidanza

    Imparare a scegliere il giusto reggiseno per la gravidanza e l'allattamento è un’esigenza importante per le neomamme. Per questo motivo in questa breve guida cercheremo di colmare alcuni dubbi e fornire consigli utili per acquistare il reggiseno per allattamento più adatto alle esigenze di ogni nuova mamma.

    I migliori reggiseni premaman sono progettati appositamente per adattarsi al cambiamento del corpo. Durante la gravidanza il corpo di ogni donna cambia, così come a cambiare è anche il suo seno che tende a variare sia nelle dimensioni sia nella forma. Per questo motivo un reggiseno che si è stati comunemente abituati a indossare potrebbe non fornire più il supporto e il comfort che forniva una volta.

    Optare dunque per dei reggiseni appositamente studiati per la maternità significa orientarsi su reggiseni realizzati in materiali morbidi, elastici e senza fastidiose cuciture, molti dei quali possono continuare ad essere indossati anche dopo il parto.

    Dunque quando vi domandate che reggiseno usare in gravidanza dovrete prendere in considerazione caratteristiche quali dimensioni, vestibilità e comfort per compiere una scelta adeguata alle vostre esigenze.

    Entriamo nel dettaglio e cerchiamo di capire insieme come scegliere il reggiseno allattamento più adatto alle vostre necessità.

    Quali reggiseni usare in gravidanza 

    Durante la gravidanza sia la gabbia toracica sia il busto si espandono, si tratta di un processo naturale che tutte le donne vivono durante il loro viaggio verso la maternità. Per quanto ogni donna presenti caratteristiche diverse, è anche vero che nelle prime venti settimane il seno tende ad aumentare in media di una taglia sia nel busto sia nella coppa. Nella seconda metà della gravidanza invece la taglia rimane stabile. Per questo quando si sceglie la taglia del reggiseno premaman è bene optare piuttosto che per la propria taglia per una taglia più grande tenendo conto dell'aumento di peso che si avrà durante la gravidanza. Ad esempio se di solito si è abituati a portare una S sarà preferibile procedere con l’acquisto di  una taglia in più. 

    Un altro aspetto che si dovrebbe prendere in considerazione è la comodità. Sono infatti i piccoli dettagli a fare la differenza. Per questo è preferibile prediligere reggiseni elastici, senza imbottiture, ganci o ferretti, realizzati in tessuti naturali e senza cuciture.

    Questo perché durante la gravidanza il seno è più sensibile e delicato del solito. È dunque importante proteggerlo non esercitando inutili pressioni. 

    Reggiseno per la gravidanza e reggiseno da allattamento: le differenze

    I reggiseni per la gravidanza sono generalmente progettati solo per il periodo della gravidanza e spesso non hanno coppe a caduta per l'allattamento. Invece i reggiseni per l'allattamento sono appositamente studiati per questa seconda fase della maternità che prevede l'allattamento al seno e spesso possono essere indossati anche durante le ultime fasi della gravidanza.

    Come detto in precedenza i reggiseni per la maternità per essere comodi e confortevoli è bene che abbiano le seguenti caratteristiche:

    • Non devono avere ferretti.
    • Devono fornire massimo supporto pur essendo morbidi ed elastici.
    • Devono avere coppe a caduta appositamente progettate per un facile all'allattamento.
    • Devono adattarsi al corpo tenendo conto delle fluttuazioni della cassa toracica e del busto.
    • Devono essere realizzati in un tessuto morbido che conferisce una piacevole sensazione di benessere al seno e ai capezzoli.

    Quando comprare il reggiseno per l’allattamento?

    Sicuramente il momento migliore per iniziare ad acquistare i primi reggiseni per l’allattamento è l’ultimo mese di gravidanza. Proprio perché in questo periodo il seno inizia a subire cambiamenti importanti che continueranno ancora per almeno 2-3 settimane dopo il parto. Infatti solo dopo che si è iniziato ad allattare la misura del seno tende a stabilizzarsi e si potranno acquistare i reggiseni da allattamento più adatti alle proprie esigenze e alla propria taglia. 

    Dove comprare reggiseni per gravidanza e allattamento

    Su Relaxsanshop disponiamo di un vasto assortimento di prodotti per la maternità tutti appartenenti alla linea Relaxsan Maternity, tra questi anche numerose tipologie di reggiseni specificatamente pensati per la maternità, la gravidanza e l'allattamento. 

    Tutti i nostri prodotti sono accomunati dalle medesime caratteristiche ovvero sono comodi e confortevoli, offrono il giusto sostegno al seno, sono pratici e facili da lavare

    Disponibili in un vasto assortimento di taglie non sarà difficile per voi trovare il modello e la misura più adatta alle vostre esigenze. Sono inoltre realizzati con materiali di alta qualità 100% made in Italy

    Per saperne di più sui nostri prodotti ti consigliamo di sfogliare il nostro catalogo e scoprire tutti i nostri prodotti appositamente studiati per il benessere delle neomamme.

  • Tra terapia e moda: esiste la calza ideale?

    In molti scritti precedenti si è rimarcata la differenza tra calza terapeutica e calza moda. La prima con compressione graduata, misurata e misurabile in mm di mercurio, la seconda usualmente definita dal numero di denari, solo grossolanamente proporzionale alla compressione realmente trasmessa. Nel caso della calza terapeutica inoltre il limite inferiore di compressione per definirla tale è di 18 mm di Hg  alla caviglia (uniformemente a quanto prescritto dalle regole del sistema sanitario tedesco) valore che in effetti diviene indispensabile solo per livelli di patologia venosa relativamente avanzati a partire dalle varici accompagnate da sintomi suggestivi per insufficienza venosa. Le due cose infatti non sono per forza in stretta relazione essendo possibile la presenza di varici asintomatiche e viceversa la presenza di sintomi senza evidenza di malattia.

    La prescrizione della calza terapeutica

    Nel caso della calza terapeutica un'ulteriore variabile è la cosiddetta “decrescenza” dal basso verso l’alto della compressione trasmessa, nella presunzione che ciò favorisca il ritorno venoso. Questo presuppone però che la calza vesta impeccabilmente la gamba e che durante la sua confezione vi siano variazioni continue della trazione sul filato al fine di ottenere zone con pressione differente a seconda dell’area anatomica interessata. Infatti il medico, prima di prescrivere una calza terapeutica, una volta scelto il livello di compressione necessario, deve misurare le circonferenza dell’arto, normalmente alla caviglia, al polpaccio ed alla radice della coscia oltre che la sua lunghezza dalla caviglia al ginocchio e dalla caviglia alla radice della coscia. Una volta ottenute le misure queste andranno confrontate con la tabella di vestibilità fornita dal produttore per la scelta della taglia.

    Va da sé che una taglia troppo piccola renderà eccessiva la pressione, mentre una troppo grande sarà inefficace. Ma anche alterazioni della forma dell’arto come caviglia troppo sottile rispetto al polpaccio o alla coscia impediranno la scelta di una calza adeguata per quel Paziente, costringendo a volte a ricorrere ad una calza su misura, tra l’altro anche molto più costosa.

    Calze moda a compressione, chiamate anche calze a compressione graduata preventive

    Una calza “moda”, anche se di elevato numero di denari, è sicuramente molto meno sofisticata. La scelta della taglia avviene di solito comparando peso ed altezza, con tutti i limiti che questo comporta. La compressione alla caviglia è sempre inferiore ai 18 mm di Hg e la riduzione della pressione verso l’alto dipende unicamente da una legge fisica secondo la quale all’aumento della circonferenza corrisponde una diminuzione della pressione. Se per caso al di sopra di un polpaccio consistente, subito sotto al ginocchio, il diametro si riduce, li la pressione aumenta con possibile effetto laccio e/o eccesso di pressione anche fastidioso.

    A metà strada troviamo le calze terapeutiche graduate secondo i metodi dettati dal sistema sanitario francese. Queste sono calze confezionate del tutto e per tutto in maniera simile a quelle descritte nella prima parte dell’articolo ma, nel caso della loro I classe, prevedono una compressione alla caviglia, decrescente e nota verso l’alto, che risulta di circa 12-15 mm di Hg. Anche queste calze devono essere prescritte scegliendo la taglia a seconda delle misure della gamba, ma si adattano ai livelli di patologia meno avanzati ma sicuramente molto più diffusi nella popolazione generale. Dovendo inoltre trasmettere pressioni meno elevate possono essere tessute con filati meno pesanti rispetto alle tedesche, quindi mediamente più velate, traspiranti, eleganti, alcune anche con colori e decorazioni accattivanti.

    C’è quindi una spazio in terapia per calze moda e “francesi”?

    Sicuramente si! La maggior parte delle persone che soffrono i classici sintomi di insufficienza venosa, pesantezza, lievi edemi serotini, prurito, crampi notturni, calore, non hanno per fortuna segni importanti di malattia venosa cronica se non a volte piccole dilatazioni di venule visibili sulla cute e null’altro. La sintomatologia è sicuramente più evidente in caso di sedentarietà, sovrappeso, lavoro in piedi e in ambienti caldi o comunque nelle stagioni calde. Ed è proprio in questi casi e in queste stagioni che la calza rimane un presidio indispensabile per ridurre i sintomi e contrastare l’evoluzione del quadro, eventualmente in associazione ad una terapia farmacologica mirata e alla cura della pelle, che deve essere sempre ben idratata.

    Sarà cura eventualmente del Medico, Curante o Specialista, dare indicazioni in merito. Se si tratta di soli sintomi e di una gamba regolare e priva di sproporzioni, potrebbe anche bastare una calza moda, per lo meno dai 70 denari in su. In caso di sintomi e segni, soprattutto di gonfiore la sera, meglio una calza graduata secondo il sistema francese, scelta però misurando l’arto. L’associazione con farmaci (non integratori!) e prodotti per la cura della pelle sempre raccomandata (attenzione ai gel: danno sollievo momentaneo ma alla lunga seccano la pelle. Meglio docce fredde).

    Da ricordare da ultimo che soprattutto in caso di attività lavorativa che costringe a lungo in piedi potrebbero bastare, per l’efficacia sintomatica e terapeutica, anche dei semplici gambaletti, ponendo attenzione a non creare effetti laccio subito sotto il ginocchio. In questo caso le calze terapeutiche danno maggiore garanzia di vestibilità.

    Tutte le considerazioni sin qui fatte valgono sia per le signore, di solito più attente, che per gli uomini. Anche per loro sono disponibili in commercio gambaletti “moda” e terapeutici secondo il sistema francese, di vari modelli e colori.

  • Le arteriopatie ed i fattori di rischio vascolare

    L’esistenza e l’importanza dei cosiddetti fattori di rischio nella determinazione delle malattie vascolari sono noti da tempo.

    Se facciamo mente locale anche le pubblicità televisive ce lo ricordano giornalmente focalizzando l’attenzione sul malefico colesterolo, da controllare con l’integratore di turno ovviamente associato ad “una dieta sana e all'attività fisica” che peraltro già da sole potrebbero aiutare!

    I fattori di rischio vascolare

    Alcuni dei principali fattori di rischio delle malattie vascolari sono definiti come immodificabili come l’aumento dell’età, il sesso maschile (sino all’età post-menopausale per le donne), l’eredità genetica ovvero il fatto che nostri familiari abbiano sofferto prima di noi di  malattie vascolari o l’averne sofferto in prima persona, sono dati di fatto sui quali non possiamo intervenire, ma che rivestono importanza nel bilancio globale della valutazione del rischio individuale.

    Altri possono invece definirsi come acquisiti e sono di conseguenza in qualche maniera controllabili e modificabili. Alcuni per predisposizione come il Diabete Mellito, l’ipertensione Arteriosa, il colesterolo o i trigliceridi (dislipidemie familiari). Altri ancora come conseguenza di errati comportamenti alimentari come il sovrappeso e la maggior parte delle dislipidemie o di pessime abitudini come il fumo di sigaretta od ancora della ridotta attività fisica o dell’eccesso di tensione nervosa quotidiana (il cosiddetto “stress”).

    Spesso in molte persone vi è concomitanza di più fattori di rischio, familiari, ereditari, acquisiti…e ciò non si limita a sommare semplicemente le probabilità di sviluppare malattia ma moltiplica il rischio, aumentandolo grandemente.

    Malattie vascolari: perché è importante fare prevenzione

    Sappiamo che la presenza di uno o più fattori aumenta molto il rischio di sviluppare una cosiddetta “complicanza vascolare” come infarto o angina, ischemie cerebrali transitorie o ictus, aneurismi dell’aorta o di altre arterie, deposizione di placche nelle arterie degli arti con comparsa di manifestazioni dolorose durante il cammino….

    Le “complicanze vascolari” sono tuttora la causa più importante di invalidità e mortalità nella nostra popolazione! Più che i tumori.

    Ciò nonostante né il comportamento della popolazione né l’atteggiamento di parte dei Medici sembra tenerne conto.

    Ma come agire? Dobbiamo distinguere tra prevenzione primaria e secondaria.

    La prevenzione primaria rappresenta tutti quei provvedimenti, comportamenti od eventuali trattamenti farmacologici che possano ridurre le probabilità di sviluppare una malattia del sistema cardiovascolare in persone apparentemente sane che ancora non abbiano sviluppato sintomi ma da considerare rischio.

    La prevenzione secondaria invece riguarda tutti quei pazienti che hanno già sofferto di un evento vascolare nei quali si vuole ridurre le probabilità di una recidiva o la comparsa di una diversa manifestazione in un altro distretto. 

    Tutti noi siamo al corrente, a volte per esperienza personale, dell’esistenza di farmaci che, assunti regolarmente possono far tornare nei limiti di norma alcuni dei parametri alterati dalle suddescritte eventualità. Ciò vale per la glicemia, il colesterolo, la pressione arteriosa ed altri. È anche ampiamente dimostrato che il ripristino di valori normali riduce nel tempo il rischio vascolare per quella determinata malattia. Ma ancora più importante è il fatto che si possa ridurre il rischio con la modifica di alcune abitudini alimentari e di comportamento tra i quali, fondamentale la cessazione del fumo, se presente!

    L’incremento del consumo di cibi come frutta, verdure, legumi, l’uso di grassi di tipo mono o poli-insaturi (olio di oliva, oli di semi) sono in grado di ridurre i livelli di colesterolemia ma anche di aumentare il colesterolo HDL dalle note proprietà antiaterogene. In questo senso agirebbero anche il consumo di carboidrati (pane, pasta) ed il moderato consumo di alcool (vino), ottenendosi anche effetti sulla prevenzione delle neoplasie e sull’invecchiamento.

    Il controllo del peso, l’incremento dell’attività fisica e l’abbandono del fumo potranno completare questo quadro virtuoso ed estremamente efficace.

    La prevenzione primaria è tutto questo. Modificare le abitudini, controllare nel tempo i risultati, aggiungere farmaci qualora i primi provvedimenti non fossero efficaci.

    In alcuni casi, definibili particolarmente a rischio, si può programmare anche l’esecuzione di esami per la valutazione della eventuale presenza e diffusione della malattia vascolare.

    Altra cosa è la prevenzione secondaria. In questo caso la terapia farmacologica è fondamentale e si basa sul controllo della pressione, sulla azione sui grassi del sangue con obiettivi estremamente rigorosi, sul controllo assoluto della glicemia nel diabetico, sulla dieta, sulla cessazione del fumo eventualmente con supporto psicologico e farmacologico, sull'incremento dell’attività fisica, sulla ricerca delle localizzazioni della malattia vascolare nei distretti che ancora non hanno dato sintomi (per esempio valutazione delle carotidi, dell’aorta e delle arterie degli arti inferiori in un cardiopatico).

    Una specifica: l’aspirina è indicata in prevenzione secondaria, ma non in primaria, soprattutto se da sola!

    Arteriopatia: i soggetti a rischio

    A chi cercare la malattia vascolare? Le Persone con maggiore probabilità di essere portatori di malattie vascolari asintomatiche sono quelle di età > a 65 anni, quelli di età compresa tra 50 e 64 anni con fattori di rischio per aterosclerosi (diabete, fumo, dislipidemia, ipertensione o storia familiare per malattia vascolare periferica), quelli di età < ai 50 anni con diabete ed almeno un altro fattore di rischio ed i Pazienti con malattia vascolare aterosclerotica conclamata in un altro distretto (coronarie, carotidi, aneurismi dell’aorta addominale, malattie delle arterie periferiche delle gambe).

    Ma si cerca tutto a tutti? Mentre nel caso di chi abbia già sofferto di una manifestazione della malattia sappiamo che fare, nel caso dei cosiddetti asintomatici sappiamo che il beneficio di uno screening di massa difficilmente sarà utile. Troppi esami ed investimenti di risorse per individuare pochi casi.

    C’è però una possibilità, anche questa purtroppo sottoutilizzata nonostante la sua facile applicabilità: la misurazione dell’ABI.

    ABI è l’acronimo di Ankle-Brachial Index o indice caviglia-braccio.

    In pratica si tratta di misurare con l’ausilio di un piccolo ed estremamente poco costoso strumento, un doppler portatile, le pressioni del sangue nelle arterie delle braccia e delle gambe al livello delle caviglie dei nostri pazienti. Si pone un manicotto della pressione prima su di un braccio, poi sull’altro, quindi si passa alle gambe. Con il dopplerino si individua l’arteria interessata, si gonfia il manicotto fino a che il flusso di sangue non scompare, poi lo si sgonfia lentamente sino a che ricompare e si prende nota della pressione in quel momento.

    In una persona sana sdraiata ed a riposo la pressione di braccia e gambe è identica ed il rapporto è uguale a 1 (120/120=1)

    Se la pressione misurata alle caviglie risulta inferiore a quella delle braccia ed il rapporto scende al di sotto di 0,9 quella persona diventa un Paziente ed è portatore di una arteriopatia, anche se asintomatica.

    Sappiamo infatti che un ABI < a 0.9 individua un  alto rischio di sviluppare complicanze vascolari, soprattutto cardiache e cerebrali.

    Quindi in questi faremo poi tutti gli accertamenti necessari per verificare quanto diffusa sia la malattia e metteremo in atto tutti i provvedimenti che in questo caso diverranno di prevenzione secondaria.

    Negli ultimi tempi l’industria ha reso disponibili strumenti che misurano l’ABI autonomamente ed in pochi minuti consentendo di diffonderlo maggiormente ai Medici di medicina Generale ed agli specialisti, soprattutto tra i Diabetologi.

    La malattia delle vetrine

    L’espressione conclamata della arteriopatia agli arti inferiori e che dunque interessa le gambe è la cosiddetta malattia delle vetrine.

    Prima si è scritto che un ABI < a 0.9 individua un alto rischio vascolare. Quando questo scende ulteriormente compaiono invece i sintomi. Le arterie sono ristrette dalla presenza di placche aterosclerotiche, a riposo il sangue che arriva ai muscoli è più che sufficiente, ma se la persona comincia a camminare i muscoli chiedono più sangue ed ossigeno. Quando la quantità di ossigeno e sostanze nutritive trasportabili diviene insufficiente a causa del restringimento delle arterie i muscoli entrano in sofferenza e danno dolore. Dolore che normalmente viene avvertito al polpaccio e che è tale da costringere  a fermarsi. Dopo poco il dolore scompare per ripresentarsi alla ripresa del cammino dopo una distanza più o meno costante che può variare da poche decine a centinaia di metri ed essere anche dipendente dalla velocità stessa del cammino.

    Classicamente il Paziente quando si ferma tende a distrarsi, magari guardando una vetrina e da questo la definizione iniziale. Quella corretta è “Claudicatio Intermittens”

    Sin dai tempi dell’università ci insegnavano che le probabilità di un Paziente di arrivare all'amputazione di una gamba sono inferiori a quelle di morire per infarto o di Ictus cerebrale!

    Peraltro non tutte le claudicatio sono vascolari. Proprio l’esecuzione di un ABI, ci consente di decidere come proseguire negli accertamenti.

  • Il Diabete come malattia vascolare

    Può sembrare un'eresia ma qualche tempo fa ho sentito definire il Diabete “malattia vascolare”.

    In effetti quando ci si riferisce al diabete si pensa in prima istanza alla glicemia, all’insulina, alla dieta, ma non si deve dimenticare che l’iperglicemia comporta tutta una serie di danni su proteine (che vengono alterate anche nella loro funzionalità dalla cosiddetta glicosilazione), infiammazione e produzione di sostanze tossiche (tra le quali i radicali liberi). Questa è la ragione per la quale si insiste tanto sul mantenimento di un adeguato compenso diabetico.

    Noi però non ci concentreremo su questi aspetti, peraltro importantissimi e fondamentali anche ai fini degli argomenti che affronteremo, ma focalizzeremo la nostra attenzione sulle complicanze che questa malattia provoca nel tempo e che come vedremo ha un unico comune denominatore: i vasi.

    Conseguenze del diabete e complicanze vascolari

    Macroarteriopatia, Microarteriopatia, Nefropatia, Neuropatia e Retinopatia diabetica sono le tipiche complicanze vascolari del diabetico, tanto più precoci e gravi quanto peggiore e prolungato è lo scompenso della malattia, scompenso per il quale è fondamentale seguire una dieta rigida, assumere correttamente le terapie farmacologiche e mantenere una vita attiva!

    Che cos’è l’arteriopatia: sintomi e cause 

    La macroarteriopatia colpisce le arterie, i vasi che, come ormai sappiamo bene, sono deputati a trasportare il sangue ricco in ossigeno e sostanze nutritive alle cellule.

    La arteriopatia nel diabetico è più precoce e si evidenzia anche con un anticipo di dieci anni rispetto a quanto possa avvenire in un non diabetico. La concomitante presenza di altri fattori di rischio come il fumo non può che peggiorare ed accelerare ulteriormente il quadro. La malattia colpisce i vasi di grosso calibro ma predilige soprattutto le arterie periferiche delle gambe che presentano nei casi più conclamati un lume estremamente ridotto ed irregolare dovuto alla deposizione di placche aterosclerotiche lungo tutto il loro percorso. Altrettanto colpite possono essere le coronarie, le arterie del cuore, e le carotidi, le arterie che irrorano il cervello. Le manifestazioni, purtroppo, più note sono l’infarto, l’ischemia cerebrale e difficoltà al cammino ma anche gravi lesioni ischemiche alle gambe ed ai piedi.

    Il tutto è inoltre complicato dal fatto che nel diabetico è spesso presente anche una neuropatia, ne parleremo tra poco, che spesso toglie la sensibilità al dolore e che può a sua volta favorire la progressione di lesioni che non danno sintomi ma che possono causare danni veramente gravi. Non è infrequente nel diabetico un infarto che evolva del tutto senza dolore, e che per questo può svilupparsi anche senza una diagnosi ed una terapia tempestive.

    Figura 1: Spesso artriopatia e neuropatia convivono e sommano i danni

    La microarteriopatia  prosegue il danno a livello dei piccoli vasi e dei capillari, in questo caso riducendo progressivamente la capacità non solo di trasporto ma anche di cessione di nutrienti dovuta alla alterazione della parete dei piccoli vasi, fondamentale per gli scambi.

    I problemi vascolari, macro e micro in sequenza, determinano la perdita di capacità di trasporto e di perfusione oltre che di adattamento alle varie necessità momentanee. La carenza di nutrienti, come abbiamo già visto in altre occasioni, comporta sofferenza e morte cellulare con comparsa di lesioni che nelle gambe e soprattutto ai piedi si esprimono con ulcere che tendono a progredire spontaneamente, spessissimo infette (il diabete predispone alle infezioni) e con scarsissima capacità di guarigione anche se trattate.

    Che cos’è la neuropatia: sintomi e cause

    La neuropatia è la conseguenza del danno vascolare che si esprime sui nervi. Semplificando molto, i nervi sono l’equivalente del nostro impianto elettrico di casa e si occupano di condurre in tutto il corpo comandi, sensazioni, informazioni. I nervi hanno loro stessi una vascolarizzazione rappresentata dai cosiddetti “vasa nervorum”. Questi sono colpiti dalla microangiopatia come tutti gli altri vasi e di conseguenza irrorano con minore efficienza il sistema nervoso, la glicosilazione delle proteine fa il resto…

    Nella maggior parte dei casi la neuropatia provoca anestesia periferica di mani e piedi, più raramente dolore. La neuropatia degli arti inferiori è alla base di una delle complicanze più complesse e difficili da trattare, il piede di Charcot, la assenza di dolore non fa percepire danni e loro conseguenze (per esempio da scarpe inadatte) , la sensazione di calore non è più percepita, alla lunga il piede si deforma e si creano aree di eccesso di pressione che non vengono ritenute inizialmente gravi ma che in relativamente breve tempo portano a lesioni ulcerative, pressoché sempre aggravate dalla microangiopatia e dallo scarso apporto di sangue

    Figura 2: tipiche alterazioni posturali ed ossee del piedediabetico

    La neuropatia “autonomica” è invece alla base della comparsa di importanti disturbi come la caduta della pressione al mettersi in piedi ed alterazioni gravi della funzionalità del tubo digerente  (nausea, vomito, stipsi o diarrea, e della funzione degli sfinteri (perdita di urine e/o feci).

    Che cos’è la retinopatia diabetica: sintomi e  cause 

    La retinopatia è l’espressione vascolare del danno alla vista. La retina è l’organo deputato a trasformare le immagini in impulsi nervosi che divengono visione nel nostro cervello.

    Nel diabetico compaiono dapprima piccole dilatazioni dei vasi pre-esistenti e poi inizia la proliferazione incontrollata di nuovi vasi che interferiscono sempre più pesantemente nella visione. Nel paziente diabetico è inoltre molto più probabile che si presentino problemi di cataratta.

    La retinopatia diabetica è attualmente la causa più frequente di cecità nel mondo occidentale

    Figura 3: le lesioni provocata sulla retina sono spesso causa di cecità precoce

    Che cos’è la nefropatia: sintomi e cause

    Ed infine la nefropatia. La stragrande maggioranza dei Pazienti attualmente in Dialisi soffre di questa patologia.

    Anche in questo caso il danno inizia nella parete dei vasi che sono deputati alla filtrazione del sangue. Si tratta di un vasellino, che ne sono una quantità in ogni rene, che si dispone a mo di gomitolo all’inizio di ogni microcondotto da cui poi uscirà l’urina dai nostri reni. Il sangue lo percorre e dalle sue pareti fuoriesce la “pre-urina” che poi verrà concentrata più oltre. La microangiopatia lo rende meno efficiente ed efficace ed il primo segno della sua sofferenza è la perdita di proteine che non vengono più trattenute. La si definisce “proteinuria”  ed a seconda di quante ne ritroviamo nelle urine avremo un indice del danno che se non trattato adeguatamente porterà inevitabilmente alla insufficienza renale terminale.

    Figura 4: il glomerulo renale

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